giovedì 30 aprile 2009

Come costruire un blog simpatico

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In realtà non c'è un segreto o una via al consenso. Esiste piuttosto un obiettivo (la qualità), che unita ad una sufficiente dose di fortuna può condurre un blog a distinguersi.

Anche se questo è ovvio, ci sono in realtà un discreto numero di fattori che se applicati con criterio e rigore, aiutano la propria creatura Web a raccogliere attorno a sé un manipolo di seguaci. Spero che quelli che io sto elencando possano risultare utili a chi legge.

Perché scrivete?

Ponetevi proprio questa semplice domanda: perché scrivo?
In genere lo fate perché dovete: magari frequentate l'università, la scuola. In poche parole, per voi scrivere è un dovere, qualcosa per conseguire un tornaconto.

Se imparate invece ad ascoltare la vostra passione, capirete anche che la scrittura è un modo efficace e alla portata di tutti per condividere e imparare.
I migliori blog in circolazione non sono quelli che hanno un HTML perfetto (anche se non fa certo male badare a questo aspetto). Piuttosto sono redatti ogni giorno con cuore e passione. 

Fateci caso (altrimenti, iniziate da oggi): alcuni blog paiono scritti da macchine. Non comunicano, non partecipano: ogni giorno sono aggiornati e sistematicamente chi legge ha l'impressione di dover alzare la testa. Perché sono issati su un piedistallo, e da lassù, pontificano.

Perché dovrei tornare?

Non sono pochi i blog scritti con un obiettivo solo: impedire il ritorno del lettore. Non mi riferisco solo al layout appesantito da tutto un po' (come questo blog, ad esempio).
Ancora una volta sono i contenuti che convincono le persone a tornare, o a cercare quello che serve loro da un'altra parte.

Prendete atto di questo. Se molti girano sul Web per ammazzare il tempo, ve ne sono almeno altrettanti che desiderano conoscere e capire. Sono sulla Rete perché hanno imparato che i vecchi media non sono all'altezza del loro ruolo. Forse una volta lo erano; di sicuro adesso regole e argini si sono rotti. Se siete interessanti, leali, e per voi lo status quo è una trappola, non un delizioso padrone da compiacere, siete piazzati bene. Non dico che il lavoro è in discesa: al contrario è tutto in salita. Ma questo non dovrebbe spaventarvi, vero?

Curare il blog

Se lo aprite, dovete imparare a curare il blog. Il che significa rispondere ai commenti (pochi o tanti che siano). E' una banalità, ma parecchi non rispondono perché il commento gli pare una cosa ovvia. Una specie di riconoscimento alla loro regalità.
Non basta. Leggere altri blog e (se si ha qualcosa da dire), commentare quello che altri scrivono, è la dimostrazione che non siete sul Web per coltivare il vostro piccolo ego.

Cogliete le occasioni

In genere, non capitano spesso. Ma se vi viene offerta l'occasione di partecipare a qualcosa (non solo un evento: anche scrivere su altri blog per esempio), dovreste coglierla. Soprattutto se vi viene offerta da qualcuno che magari gestisce un blog importante.

Mi rendo conto che non succede sovente, ma forse questo è dovuto a voi.
Domandatevi perciò come gli altri vi vedono. Forse hanno di voi l'idea che siete un tipo troppo sulle sue, distante, una sorta di divinità. Partecipate poco, commentate ancora di meno; quindi le persone sono portate a vedervi sotto una luce che non vi rende giustizia.

E la simpatia?

Questo è il punto su cui dovrete lavorare più duramente. Perché il lettore dovrà percepire la vostra competenza e passione, senza che queste qualità non stritolino l'approccio ludico alla materia. Sì, ludico: dovreste agire in modo da comunicare umanità, calore e vero interesse per il lettore. Deve essere il vostro obiettivo: io sono bel lontano dal conseguirlo. Se qualcuno di voi invece c'è già riuscito, vuole scrivermi come ha fatto?

Grazie.

mercoledì 29 aprile 2009

Le relazioni sociali

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Molte persone credono di essere dei meravigliosi esemplari di socialità solo perché hanno un account su Facebook. E poi uno anche su Twitter, certo. Ma questi possono essere alibi perfetti per costruire alienazione, o un bel niente.

Condividete le vostre passioni

Di certo penserete che lo state già facendo su Facebook; non lo escludo. Spesso però ci vedo solo chiasso, disordine, nessuna (e lo riscrivo: nessuna), genuina voglia di creare qualcosa di forte e valido. Sarà colpa del mezzo che induce facilmente alla dispersione. Eppure creare buone relazioni sociali significa che al di là del lavoro, o dello svago, non c'è un avatar ma una persona. Con delle passioni, quindi qualcosa di profondo e vivo.

Commentate in maniera intelligente

Una delle armi più potenti (e anche usata più malamente), è quella dei commenti nei post di un blog, nei forum...
Essendo un'arma, badate a usarla poco, e maledettamente bene. Mirate, fate fuoco e attendete. Impiegatela insomma quando siete certi di dire qualcosa di interessante, che vi sta a cuore. O tacete; o meglio ascoltate.
So che non mi crederete: ma si impara moltissimo ascoltando.

Scendete in piazza

Che c'è di bello stasera in giro? vediamo: forse una mostra, una fiera, o qualcosa di simile. Cercate di essere forti e preparati su quello che accade sul vostro territorio. Prima di tutto perché è divertente.

Poi perché vi consente di conoscere un mucchio di gente nuova. Infine, se gestite un blog, o un sito, probabilmente prima o poi avrete un problema. Vale a dire trovare degli argomenti con cui aggiornare. Chissà che il vostro territorio non sia una riserva aurea da cui attingere con regolarità. Badando come sempre alla qualità.

Studiate

Vi propongo una follia. So che la respingerete, forse con sdegno, ma ci provo lo stesso. Quanto tempo trascorrete su Facebook ogni settimana? Diciamo tre ore. Bene: scendete a due e dedicate l'ora libera a studiare. Scegliete voi la materia: cinese, inglese, programmazione, come scattare foto decenti (questo potrebbe essere il mio prossimo obiettivo).
Inutile aggiungere che questo vi condurrà a conoscere mondi nuovi, nuove persone...

La morale del post è di una banalità sconcertante, per questo evito di dichiararla ai quattro venti. Ma quando gli occhi non sono puntati sui propri simili, ma sulle diavolerie elettroniche, anche le osservazioni più semplici paiono rivoluzionarie.
Non è forse così?

martedì 28 aprile 2009

Cloud computing

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No, non ho deciso di fare concorrenza a Gigi. Per queste cose lui ci mette la faccia e il cuore.

Mi sembra però utile condividere le risorse presenti sul Web. Il post è lungo, ma sufficientemente chiaro per offrire un'idea di che cosa si tratti...

Spero che qualcuno lo troverà utile.

Pensa solo al lettore

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Non appena si pubblicano i primi tre post (e le idee sul quarto già scarseggiano), non sono affatto pochi quelli che iniziano ad agitarsi inutilmente.
L'ottimizzazione (che parolone, vero?), del loro blog diventa un'ossessione. Non è più possibile (secondo costoro), pubblicare senza prima affrontare questo processo che di certo, scaglierà nell'olimpo di Technorati la loro creatura Web.

Rilassatevi.

Quello che costruisce il consenso attorno al blog, con un seguito e una manciata di sottoscrittori, siete solo voi. La vostra passione, la vostra scrittura. La qualità, insomma.

Lo so: ci sono anche una serie di elementi da tenere in considerazione e poi da mettere in campo: ma se per voi la qualità non è importante, non vi aiuteranno ad emergere. Viceversa, se la scrittura per voi è un impegno, una sfida, essi vi saranno di aiuto per incorniciare la vostra presenza in Rete.

La qualità di un quadro non è la cornice: mica si va al Louvre a vedere cornici, ma quello che contengono.

Meta tag; H1, H2: non fanno miracoli. Chi viceversa sul Web vende miracoli, è da evitare.

Prendete carta e penna (o tastiera e computer), accomodate fuori dalla vostra stanza tutte le idee su SEO e ottimizzazione, e badate solo a scrivere: bene.

Non ho mai incontrato nessuno che mi dicesse: "Ehi, lo sai che i tuoi meta tag sono perfetti?".
I commenti che questo piccolo blog raccoglie sono relativi alla polpa; al contenuto, esatto.

Sia chiaro: non affermo che si debba ignorare il funzionamento dei motori di ricerca.
Sarebbe come affermare che non mi interessa nulla dell'automobile, basta che mi porti a destinazione. Ma un minimo di conoscenza è indispensabile: sapere ad esempio che l'olio deve essere sostituito, o la pressione delle gomme va controllata con regolarità, sono cose che mi garantiranno un viaggio più lungo e sicuro. 
Riuscire poi a eseguirle da solo, è un valore in più per me e per la mia automobile.

Quello che mi preme ribadire ancora una volta, è che scrivere dovrebbe essere sempre all'insegna della semplicità: quindi due sole regole.
Il lettore al primo posto (ecco la prima);

i contenuti, solo di qualità (voilà la seconda).
Se poi si decide di imbarcarsi anche nel resto (ma qui dipende dal tempo e dalla voglia del singolo), i risultati non mancheranno di certo, e potrebbero persino risultare clamorosi.

Mancheranno eccome, se considerate le persone schiave di algoritmi peraltro coperti da copyright...

lunedì 27 aprile 2009

Essere se stessi

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Parafrasando Oscar Wilde:

Siate voi stessi: tutto il resto è stato "copyrighted" (o quasi).

Blog tra cielo e terra

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Ci sono infinite maniere (beh, quasi), per definire un blog, il suo ruolo e i suoi scopi. Una di queste potrebbe essere: cielo e terra

Terra è la concretezza, il mettersi davanti allo specchio e senza barare, fare l'inventario di sé. Delle proprie competenze, delle passioni che ci animano, delle curiosità che ci spingono ancora avanti, nonostante tutto e tutti.

Cielo è l'utopia, l'alzare lo sguardo dallo status quo e provare a immaginare che il meglio è da qualche parte, più avanti. E che al riguardo, persino noi abbiamo qualcosa da dire. O da fare.

Spesso, è la terra a prevalere, e tende a degenerare, a bloccare e a impedire di passare alla seconda fase: il cielo.

Per convenienza o paura, si finisce con lo studiare il mondo, criticarlo e contestarlo duramente. Ma non si desidera cambiarlo.

Probabilmente "blogger" potrebbe persino essere una specie di atteggiamento mentale, prima che una piattaforma o un mezzo. L'atteggiamento di chi crede che l'utopia è ancora viva. Ecco perché il blog interpella un po' tutti: persone certo, e anche aziende nuove, o affermate, eppure desiderose di ridare vigore a sogni antichi.

Che siate un marchio o una persona, badate solo a ricordare che siamo tutti interpellati. Dipende poi dal singolo rispondere o meno alla chiamata. Una volta si era esclusi per la mancanza di mezzi.
Ora ne abbiamo in abbondanza; non accada che per seguire l'ultima moda, si perda di vista quello che conta: il cielo e la terra, appunto.

Non accada.

sabato 25 aprile 2009

Savona e lo Stile Artigiano

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Oggi in darsena (ma anche domani), c'è Stile Artigiano. Dedicato all'artigianato ligure, al cibo, alla moda.
Ingresso libero.
Ci ho fatto un giro: niente male.

Google diventa locale

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Probabilmente sono l'ultimo che se ne è accorto: ma inserendo una ricerca generica in Google, il motore di ricerca adesso propone di eseguirla in ambito locale, inserendo il CAP o la città dove si risiede.

In genere non faccio mai ricerche così generiche. Quindi immagino di avere una giustificazione più che sufficiente; o no?

immagine ricerca google

venerdì 24 aprile 2009

Facebook e le condizioni d'uso

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Seconda parte di una guida dedicata a Facebook, privacy e sicurezza. Prima di procedere potete leggere la prima parte, e poi continuare.

E così avete deciso di sbarcare su Facebook: bravi.
Assieme ad altri 200 milioni di iscritti, siete parte di un fenomeno talmente di massa, da far perdere di vista la posta in palio. Che siete voi: le vostre informazioni, i vostri dati.

Molti penseranno che il sito sia "sicuro": altrimenti le autorità non permetterebbero affatto la sua esistenza. Desidero mostrarvi questo:

"La scelta di pubblicare contenuti sul sito Web (secondo le modalità descritte nelle Condizioni d'uso) è a tuo rischio. Nonostante tu abbia la possibilità di impostare delle opzioni sulla privacy per limitare l'accesso alle tue pagine, nessuna misura di sicurezza è perfetta e impenetrabile. Non possiamo controllare le azioni degli utenti con cui hai deciso di condividere le tue pagine e le tue informazioni. Di conseguenza, non possiamo garantire che i contenuti pubblicati sul sito non vengano visualizzati da persone non autorizzate. Facebook non può essere ritenuto responsabile di eventuali elusioni delle misure di sicurezza del sito Web o delle impostazioni sulla privacy."

Lo potete trovare (assieme ad altre interessanti informazioni), nella pagina dedicata alla normativa sulla privacy di Facebook.

Molto interessante, vero?
E' quella parte che nessuno di voi legge, ovviamente; eppure è di una chiarezza esemplare.

Facebook non è in grado di garantire che le vostre informazioni non se ne vadano a spasso. Ovviamente il sito spende molto per elevare gli standard di qualità, ma non esiste alcuna misura di sicurezza perfetta. E lo scrive chiaramente: ma voi che leggete, lo sapevate?

Facebook può essere utile e divertente, a condizione che chi lo usa rifletta bene su cosa sta facendo. Piaccia o no, rischi e benefici nel Web (come nella vita offline), ci sono. E sta a voi solo far sì che i primi siano sempre minimi. A voi: non a Facebook che come si vede, può solo lavorare per ridurre certi rischi.
Ma nient'altro...

giovedì 23 aprile 2009

Alzo zero contro Facebook

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L'articolo del Guardian è estremamente duro contro Facebook.
In parte lancia l'allarme su quello che genera nelle persone, se queste non sono capaci di vigilare sulla qualità delle loro relazioni sociali offline. Col rischio di vivere disarcionati dalla realtà, e immersi nella polvere del chiacchiericcio, senza più scorgere il mondo che sta loro attorno. Qui ha senz'altro ragione; ma non conosco soluzioni e soprattutto, faccio fatica a immaginarmele.

L'altra parte dell'articolo riguarda l'aspetto commerciale, e qui pur non avendo dati e/o cifre, mi sembra che il giornalista esageri, e si lasci trasportare un po' troppo dalla vis polemica.

Ad esempio: vero è che Microsoft ha acquistato l'1,6% di Facebook, ma si è trattato in realtà di un errore di valutazione un poco grossolano.
La crisi economica inoltre non aiuta il sito che, secondo il mio parere, deve trovare il modo di fare i soldi. Mentre al momento è impegnato a crescere (troppo), ad affermare che non ha affatto bisogno di liquidità, e che sa come ricavare soldi.

Non è proprio così. Per ora vivono con i 200 milioni di Dollari in banca con cui pagare i costi sempre più alti delle infrastrutture. Poi?

Il futuro è avvolto dalla nebbia.
Certo, è difficile che Microsoft, Sony, Verizon, non riescano a trovare il modo di rendere Facebook remunerativo.
Al momento pare essere un tentativo assai arduo; perché vorrebbe dire, tanto per cominciare, rivoltare come un calzino un'interfaccia che è un pianto greco. Parere personale, certo; ma questo comporterebbe anche una radicale modifica nel Dna del sito. Che però si è dimostrato troppo accondiscendente verso i suoi utenti.

Quindi?

Credo che Facebook così com'è adesso non possa generare profitti, e realizzare quello che il quotidiano The Guardian paventa; trasformare i suoi iscritti in inconsapevoli veicoli commerciali di marchi e moda.

Per quanto riguarda la privacy, sto iniziando una serie di post sull'argomento. Non interesseranno nessuno, ma ci provo lo stesso.


Via Autoritratto con mele.

mercoledì 22 aprile 2009

Mostrate i vostri punti deboli

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I tempi dell'euforia sono alle spalle: almeno per un po'. Di certo, quando tutti sono allegri, vincenti, allora è estremamente facile vedere qualunque contenuto conseguire un largo e grande successo. Tutto diventa un business alla portata di chiunque. Lanciatevi allora nell'unico che non conosce la crisi: sto parlando di qualità.

Perché poi arrivano i tempacci: come quelli che stiamo vivendo. E d'un tratto tutti (beh, quasi tutti), riscoprono che la qualità fa la differenza. Se tuttavia avete sempre badato a essa, non sarete in pensiero per quello che vi capita attorno. E non per disinteresse. Semplicemente perché avrete costruito sulla roccia.

Domanda: ma come diavolone faccio a costruire il consenso se non mi conosce nessuno?
Risposta: datevi da fare, e basta.

Prima di ogni altra cosa, qualità e passione. Anche prima di Google? Certo. Ricordate che all'inizio tutto appare arduo e difficile. Ma non vi sembra magnifico costruire qualcosa di folle e memorabile?

So cosa state pensando, almeno me lo immagino: la concorrenza. Il Web rigurgita di contenuti, e anche se voi siete appassionati della vita delle formiche giapponesi, di certo c'è qualcuno che da tempo ci scrive qualcosa a proposito. Ma non è un ostacolo.

Osservate i loro punti di forza, le vostre debolezze, e lavorate per mettere nella giusta luce le vostre capacità.

Soprattutto, non abbiate mai timore di mettere in luce i vostri limiti. E' un aspetto che spesso non trapela; è raro incappare sul Web in qualcuno che ammetta di non conoscere.
Un sacco di gente invece sanno tutto, conoscono un mucchio di persone (nei posti giusti, c'è bisogno di scriverlo?), e sono forniti di un glorioso passato alle spalle.

Io, più modestamente, alle spalle ho una libreria.

Dovete capire questo: essere trasparenti con chi vi legge (leali insomma), rende le vostre qualità più brillanti. La perfezione non garantisce nulla, tranne che la noia. E voi dovete interessare, non annoiare.

martedì 21 aprile 2009

Indizi di un blogger umile

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Nulla di serio, soprattutto niente di assoluto o veritiero. E' un gioco ispirato da questo post.

1. Come trovo il mio pubblico?



In genere è la domanda che chi gioca con le parole non si fa mai. Un tempo, per fortuna di noi lettori, se la ponevano gli editori. Ricevevano un racconto, lo leggevano (se lo leggevano), e dopo la prima pagina iniziavano a domandarsi:
"Ha un pubblico?"

Lo so. La storia della letteratura è piena di errori. Di autori colpevoli di non avere pubblico (secondo gli editori dell'epoca), e condannati alla povertà, se non peggio. Occorre fortuna; e comunque dobbiamo riconoscere che essi, gli editori, alla fine hanno svolto un buon lavoro.

Ora il singolo senza di essi immagina di essere libero dai capricci altrui, per obbedire solo ai propri. Ma la domanda resta sempre quella:
"Ha un pubblico?".

In genere la riposta è "No". Forse è per questo che la migrazione su Twitter e Facebook raggiunge dimensioni bibliche. Ma è la spia di una incapacità di rimettersi in discussione, di ascoltare l'altro, che non può che lasciare sorpresi.


2. Sono "comunicante"?



Sì, mi rendo conto che non è un termine molto bello; i miei studi sono quello che sono, spiacente. Ma aiuta a rendere l'idea: il Web è un ambiente che per vivere, ed evolversi, necessita di individui un po' particolari. In grado di adottare un po' la stessa strategia (se vogliamo chiamarla in questo modo), dei vasi comunicanti.
Si condivide, si divide, si contamina. L'essenziale è arrendersi alla natura comunitaria del Web, anche se monopoli e torre d'avorio qui non mancano di certo. Ma chi costruisce torri offre un vantaggio enorme agli altri: impegnato a rafforzarsi, ad aumentare ricchezza e influenza, non bada a quello che accade sulla terra.
Ed è in basso che si creano le novità.

3. Quanto ho di capitale?



Non dovete pensare che con "capitale" io mi riferisca ai soldi: troppo semplice e banale. Bensì al vostro sapere, la vostra conoscenza. Avere queste cose significa poter contare su una elasticità, una capacità di confrontarsi che alla lunga arricchirà voi, e chi verrà a voi. Non averla, o considerarla una sorta di passpartout per la ricchezza, la celebrità e via discorrendo, non vi condurrà da nessuna parte.

Di persone assise su scranni ce ne sono già a sufficienza nella vita offline, e sulla Rete basta un semplice clic per liberarsene.
Non sia quindi scarso il vostro capitale, e che non si tramuti mai in una prigione. Sarebbe triste vederci attraverso le sbarre della vostra presunzione.

lunedì 20 aprile 2009

Il Web in mano ai dilettanti

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Senza pretese, tento di dire la mia riguardo il punto di vista di Andrew Keen.
Per chi non ne sapesse nulla: è (per fortuna), una voce molto critica a proposito della Rete.

Mi sembra che Keen affermi come questo benedetto Web non funzioni poi molto. Non genera profitti; forse conversazione, ma a parte questo? 
Soprattutto, consegna all'individuo l'idea di essere parte di qualcosa di grande, capace di scrivere la Storia: con la "S" maiuscola, certo.
Ma se da una parte questo movimento mette in crisi la "vecchia economia", siamo sicuri che una nuova economia, più democratica, sia alle porte?

Credo che alla fine sia questo il cuore del pensiero di Keen. Che riguardo l'immancabile Twitter (ormai l'argomento più "in" del momento), lo definisce "feudale" per la sua caratteristica di creare una compagnia di vassalli al seguito del signore di turno.

Ovviamente, non sfugge a nessuno (e neppure a Keen, credo), la sostanziale parzialità del ragionamento. Sotto i nostri occhi stanno nascendo nuove professioni. Aziende in grado di fare business già ci sono, e altre si stanno aggiungendo. Ma come accade in epoca di mutamenti, sappiamo abbastanza bene cosa non va più. Su quello che funzioni i giudizi invece, divergono: e questo non è fantastico?

E poi, ogni realtà nazionale ha le proprie peculiarità. Quando il nuovo arriva, occorre provare a gettare un'occhiata al terreno su cui questo nuovo dovrà mettere radici. L'humus, esatto.

Il nostro Paese in questo è un ritratto purtroppo fedele di quello che Keen tratteggia. C'è un sistema feudale dove pochi, vecchi, dominano, e il loro dominio però non è sulla Rete. Ma nell'economia, nella scuola, nell'università, e via discorrendo.

Accanto, ecco il Web. Che può essere il volano per uno sviluppo più sostenibile, alla portata di molti, purché questi "molti" siano pronti e preparati. Noi italiani lo siamo? La scuola prepara individui responsabili, capaci, sognatori coi piedi per terra?

Ora chiudo, perché immagino di essermi spinto oltre le mie povere capacità. Keen fa bene ad avvisare dell'illusione che il Web consegna nelle mani dell'individuo. Quello cioè di essere il centro del mondo solo perché qualcuno ci commenta, oppure su Facebook richiede la nostra amicizia. Ma il rischio non è l'individuo: in fondo la civiltà Occidentale lo celebra da qualche secolo, e nonostante rigurgiti totalitari, alla fine è a lui che si torna.

Il pericolo è l'individuo che nella tecnologia non scorge più le opportunità: perché non riesce nemmeno a immaginare per sé, per il Paese, qualcosa oltre al momento che vive.

Allora sì che superficialità, dilettantismo diventano una minaccia...

sabato 18 aprile 2009

Festival Internazionale della Maiolica

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Inizia oggi l'appuntamento dedicato alla maiolica.
Genova, Savona, Albissola Marina e Albisola Superiore insieme per celebrare il Futurismo.
La prima parte del festival avrà sede a Savona e nelle Albisole, dal 18 al 27 aprile.

venerdì 17 aprile 2009

Tortura giustificata

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Ora è quasi tutto alla luce del sole.

Via Daring Direball.

Facebook tra privacy e sicurezza

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Parlare di privacy e sicurezza è poco interessante per chi frequenta Facebook.
Peccato: se i network sociali offrono la possibilità di ritrovare amici, ci riescono perché diamo loro "in pasto" le nostre informazioni.

Attenzione: "nostre", che ci appartengono, e su cui noi dobbiamo vigilare se non vogliamo che finiscano in mani sbagliate. Non desidero spaventare chi legge; solo ricordare come in Rete i dati personali sono oggetto delle attenzioni di tante persone di cui si sa poco, o nulla.
Essere precisi, raccontare troppo di sé può riservare sgradite sorprese.

La reputazione online

La vita è fatta di relazioni, rapporti e scambio di informazioni. La loro qualità aiuta a crescere, migliorarsi e progredire. Se non si vigila su questi aspetti (oppure ci si spaccia per chi non si è), alla fine il conto da pagare sarà salato. Soprattutto se siete molto giovani.

Non sono poche le aziende che stanno imparando a dare un'occhiata su Facebook (o MySpace), per verificare se il candidato ad un certo ruolo, ha una pagina su questi siti. E come si comporta; cosa dice e fa. Chi frequenta online.

Se di recente avete presentato un curriculum vitae, sostenuto un colloquio, e poi siete stati scartati, riflettete sulla vostra presenza online. Forse racconta di voi cose che avete tralasciato, e che non sono affatto piaciute a chi ha esaminato il vostro profilo.

Tutto quello che mettete online, lì resta. E le ripercussioni che può avere offline, nella vita di tutti i giorni, sono imprevedibili.

Facebook col buonsenso

Basta un poco di buonsenso per rendere sicura la frequentazione di questo genere di network sociali.

Facebook non è pericoloso, come molti lo dipingono. Può tuttavia diventarlo se non si usa la stessa dose di prudenza di quando per esempio, si gira di notte in una città medio-grande.

Metterò sul mio blog dei post una volta alla settimana, dedicati a questo argomento: privacy e sicurezza su Facebook. Spero interessi qualcuno.

Intanto segnalo il lavoro su Facebook del gruppo Le bufale su Facebook: non cascateci!!!!. Utile per aprire gli occhi, e cominciare a dare del tu proprio a sicurezza e privacy.

giovedì 16 aprile 2009

Twitter non uccide i blog

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When asked if Twitter is sucking the life out of blogging, he responded that blogging is not slowing down

Chi faceva (male) il blog, è passato velocemente ad altro.
Chi viceversa aggiorna con contenuti interessanti non vede alcun pericolo, o concorrenza da parte dei vari Twitter o Friendfeed.

Infine la mia banalità serale: la conversazione sul Web ha bisogno di qualità, perché le persone che vi si affacciano cercano questo. Vogliono voci, mica megafoni o scimmie urlatrici.

D'accordo, non tutti: ma la maggior parte di chi bazzica la Rete ne ha abbastanza di informazione becera e insignificante. Quale sia il mezzo per meglio portarla a domicilio delle persone, è scelta del singolo.

Di certo Twitter lo vedo come un mezzo per risvegliare la voglia di utopia che sonnecchia nell'individuo; purché chi lo scelga, abbia qualcosa da dire. Che ovvietà, vero?

Buona visione:



Via Techcrunch.

Più passione in quello che fate

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Siccome invecchio, spesso rimango sorpreso dal sentire non poche persone che hanno nei confronti del Web in generale, e del blog in particolare, un atteggiamento superficiale. Ovviamente non ne vedono le opportunità di crescita, di relazione, di conversazione.

E' un giochetto di cui ben presto finiranno col stancarsi, e passeranno (forse lo hanno già fatto), a Facebook. Poi a Twitter: sempre con lo stesso entusiasmo ballerino.

Non hanno passione. Cuore.
Non si tratta quindi solo di blog, ma della vita. E' un aspetto su cui mi guardo bene dall'intervenire: si tratta di un osso troppo duro per i miei poveri studi.
Di sicuro, senza benzina nessuna automobile arriva da qualche parte. Idem per blog, network sociali, e quant'altro.

Cosa vi piace? Come impiegate il vostro tempo libero? Fate qualcosa per il puro piacere di farlo? Se a queste disordinate questioni siete in grado di rispondere anche con un modesto "sì", potete partecipare.

Avete strumenti gratuiti, e capaci di raggiungere molte persone.
Avete esperienza in qualcosa. Magari desiderate condividerla con altri.
Liberatevi il cranio da sogni di gloria e ricchezza: magari arriveranno, ma la molla non potrà mai essere questa.

Dovete riscoprire la vostra passione. Ricordate: è quella cosa che anni fa qualcuno (genitori, insegnanti), vi ha caldamente consigliato di mettere da parte. Avete obbedito, certo: ora eccovi intruppati nella massa. A svolgere compiti e lavori, che detestate.

Tornate da lei, la vostra passione. Rispolveratela. Osservatene con attenzione la condizione. Poi, iniziate a guardarvi in giro.
Se ancora viva e reale (ma parliamo della vostra passione, non di quello che dovete fare), cercherete di capire se ha un qualche pubblico.
Non perché dovete costruirci sopra la vostra fortuna, bensì perché volete condividerla. Vederla crescere ancora.

Lasciate da parte concetti come "competizione" o "successo"; non sono importanti in questo momento.
Badate invece a offrire un punto di vista originale. Impegnatevi a partecipare e a imparare. Soprattutto, piantatela di ritenervi inutili, poco importanti, per nulla originali.

Avete una voce: purché dica cose interessanti, piacerà a molti. Credetemi.

mercoledì 15 aprile 2009

Web, Rosebud, e parole

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Nella scena finale del film: "Quarto potere" di Orson Welles, il giornalista che ha indagato sul significato di "Rosebud", afferma che non è sufficiente una parola per spiegare la vita di una persona.
Kane, il protagonista della storia, morendo mormora "Rosebud", e da lì si scatena l'inutile ricerca del giornalista per capire il segreto di quel termine.

Non so perché; ma mi è tornato in mente. Forse per ricordare che nel flusso di post che spediamo sul Web, ci siamo noi, certo.
Eppure, noi, siamo sempre altrove...

Prima di aprire un blog

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Il blog è per molti una economica valvola di sfogo perché garantisce la possibilità di pubblicare di tutto e di più, e di cullarsi nell'illusione di avere un seguito.

Quello che invece occorre fare, è capire bene cosa noi vogliamo, e poi andare a trovare il nostro lettore (ammesso che esista).

Scrivere è una disciplina



E come tale deve per forza avere un qualche obiettivo. So bene che molti rivendicano il diritto di farlo "perché mi va". Ma è anche bene che essi riconoscano come il "mi va, lo faccio", è un argomento debole.

E' facile colmare una pagina di parole: scrivere qualcosa di interessante molto meno.
Immaginate perciò di dover convincere le persone a spendere il loro tempo sulle vostre pagine Web. Farete bene a spremervi le meningi cercando di essere molto convincenti.
Consiglio spiccio: non spendete troppo in pubbliche relazioni, e non lesinate mai in qualità.

Un buon sistema, almeno all'inizio, è considerare le parole come un prodotto. Se vi conosco un poco, state torcendo il naso.
Le parole sono nobili, non possono essere abbassate al livello di un prodotto qualsiasi: ecco cosa state pensando. Vi svelo un segreto: pensavo le stesse cose anche io, una volta.

Non voglio che il vostro, sia un prodotto qualsiasi: meglio se riuscite a farlo diventare come la Coca-Cola. Ho peggiorato la situazione vero?

Magnifico.

Dickens lo sapeva bene, e si adattava. Spesso non era granché soddisfatto del suo lavoro; ma questo gli ha garantito di sfornare capolavori. Voi, col vostro modo di pensare, cosa avete sfornato: delusioni? Probabile.

Se la frequentazione con le parole è di lunga data, e pensate ancora alla loro intrinseca nobiltà, è ovvio che non abbiate mai pubblicato nulla.
Editori e case editrici hanno un chiodo fisso in testa: per fortuna aggiungo io. Si chiama "lettore".
Al di là del valore dello scritto, cercano di capire se possa avere un pubblico. Per quale ragione le persone debbano entrare in una libreria, spendere dei soldi, e comprare qualcosa.
Ma il Web è gratis, starete obiettando. Quindi per voi sarà ancora peggio.

Siate pratici. E disciplinati. Buona parte della scrittura si fonda su queste due caratteristiche.

martedì 14 aprile 2009

Facebook ovvero sfatare qualche luogo comune

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Provo a sfatare qualche luogo comune a proposito di Facebook, Twitter e compagnia bella.

I social networks uccideranno l'italiano

In un Paese che orgogliosamente sta lontano dalla lettura, preoccuparsi di quello che combinano queste applicazioni mi pare essere l'ultimo dei problemi.
Non educhiamo alla lettura. Di più: non spingiamo a credere nell'utopia, nelle cose che possono migliorare grazie al contributo di ciascuno.

Non insegniamo che immaginare, credere in qualcosa di meglio, sia il dovere di tutti.
Il motto di questo Paese da sempre è "Patria&Pagnotta" (con una leggera preferenza della seconda sulla prima).
Studiare?
Impegnarsi?
Cercare di capire come funziona una certa cosa? Non fa per noi. E poi, siamo pur sempre nel G8, giusto?

I social networks uccideranno l'etica

Siamo seduti sulle macerie prodotte da top manager alla guida di importanti istituzioni finanziarie. Gente che zittiva tutti mostrando grafici che la dicevano lunga. Peccato che fossero fasulli, o gonfiati, o quello che volete voi.
L'etica in certi settori chiave è stata fatta fuori senza alcun rimpianto. Quali settori?

Per esempio la scuola.
Sul serio: esistono insegnanti capaci di educare i giovani a cambiare il mondo? A lasciare un segno? Pochi, eroici.
La maggior parte tira a campare; quindi sale sul pulpito e dice: "non c'è più etica, non c'è più morale". Applausi, prego.

Sbaglierò: ma per me l'etica è lasciare questo carrozzone chiamato Terra un poco migliore di come l'ho trovato. Non so se ci riuscirò, ma credo valga la pena provarci. Per esempio scrivendo stupidi post su uno stupido blog come questo, per illuminare qualcuno che scrivere è un lavoraccio. Ma è affascinante, bello, e vale la pena darsi da fare per migliorarsi. Sempre.

I social networks uccideranno (aggiungete quello che volete voi)

E' indubbio che esista un atteggiamento che definirei superstizioso nei confronti di ciò che non si conosce, e che non si vuole conoscere.

Radio, locomotiva a vapore, televisione, persino l'istruzione obbligatoria per tutti, sono esempi di come i momenti di svolta siano vissuti con ansia, speranza, o paura da quanti si sentono interpellati dalle novità.
La comunicazione, l'informazione, la propria identità e i rapporti tra persone sono da un pezzo in discussione; e un mucchio alto così di altre cose cambieranno.
Garantito.

Invece di parlare di quello che il nuovo uccide, o ucciderà, proviamo a guardare alle nostre spalle, per scoprire cosa ci ha condotto fino a qui: il bene e il male. Rammentando come essi dipendano in gran parte da noi. Da noi, ho scritto.

Attenzione: post ispirato da questa lettura.

E' ancora utile un blog?

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Può ancora essere utile avere un blog? Vale la pena aprirlo, e poi aggiornarlo, dedicargli tempo e risorse?

La risposta a questa domanda è tutta racchiusa in voi stessi. O nella vostra piccola (o grande) realtà aziendale (pubblica o provata che sia).

Di certo è il mezzo più semplice da usare, e accessibile, per ridare forza e credibilità: o anche di costruirsela. 
La mia piccola esperienza mi dice che il primo passo nella giusta direzione è comprendere come il blog sia un affare serio. Come buona parte delle cose presenti su questa stanco pianeta. Purtroppo, quasi nessuno ha il giusto approccio. Anche io agli inizi ero portato a considerarlo un giochetto: ora non più.

Non cadete nella trappola che siccome un mezzo è popolare, allora è facile da gestire. Persino Facebook può essere utile: ma occorre appunto spenderci tempo.
Prima domanda che dovreste porvi prima di iniziare a pianificare un blog:

Cosa voglio ottenere?

Può essere la giusta questione. Badate: non è affatto detto che la risposta sia "soldi". Forse "solo" nuove relazioni, persone nuove, punti di vista differenti, in una parola: conversazioni. Robetta?

Se pensate così non vi rendete conto di quanto sia importante il confronto, conoscere persone con talenti e capacità anche lontane dalle proprie. La conversazione appunto. Che è facile confondere con le chiacchiere, soprattutto se non siete più disposti a imparare qualcosa.

Seconda domanda:

Sono disposto a essere leale?

Che idiozia, vero? Eppure il Web è pieno di blog aziendali, utilizzati da realtà che giocano; senza rendersi conto che così perderanno la loro faccia. Usano cioè il mezzo per parlare a loro stesse, senza nemmeno sognarsi di mettersi allo stesso livello dei lettori. Di scommettere sulla propria capacità di ascolto, e di rischiare sul nuovo ruolo che hanno le persone nell'era di Internet.
Ma anche i singoli spesso amano giocare: credersi, o dare da intendere che essi, modestamente sono...

Qui occorre fare appello al senso di lealtà del singolo. La domanda mi sembra comunque meno retorica di quanto appaia a prima vista.

Sono pronto a gestire la mia presenza online?

E' una questione spesso ignorata. Osservate come i singoli gestiscono sul Web la loro privacy: la mettono in mostra senza domandarsi nulla sulle possibili ripercussioni di questo comportamento.

Non affermo che sia pericoloso; semmai invito chi entra nell'arena a valutare con attenzione ogni passo che compie.
Ogni post, o commento che entra in Rete è un pezzo di voi: la vostra faccia. Gestirla significa anche tacere, o parlare solo se si ha qualcosa da dire.
Immaginate il blog come un'opportunità, e come questa abbia senso solo se apporta qualcosa di buono, a voi e/o agli altri.

Qualcuno può pensare che sia un aspetto che riguarda solo l'azienda. Credo che la novità in fondo sia questa: voi sul Web siete un'azienda. Anche se non vendete nulla, anche se siete un privato cittadino, avete comunque una faccia. Un nome. Come dicono gli esperti: un brand (o marchio).
E' il patrimonio più grande che avete: perché sprecarlo, o gettarlo via?

lunedì 13 aprile 2009

Il progresso è affar tuo

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Non sono pochi i siti e i blog che invitano a saltare gioiosamente sul media vincente (il Web), proponendo geniali metodi per acquistare in poco tempo successo, visibilità, fama e già che ci siamo, pure soldi.

In genere i loro contenuti sono prodotti in modo da formulare, direttamente o indirettamente, una serie di interrogativi: di questo tipo.

- Sei disposto a impegnarti?

- Hai voglia di rimetterti in discussione?

- Vuoi ottenere successo e denaro?

In realtà, non vogliono dire molto. Voler diventare; essere disposto a: non significa un bel niente.
Spesso persino il miraggio della ricchezza abbaglia talmente tanto, dall'impedire di comprendere se ci si muove, e verso quale direzione.

La verità è piccola e pochi la sposano.
Dovete spostare il focus da voi, agli altri.
Immaginate quindi di ritagliarvi un ruolo dinamico, in grado di cambiare le cose. Almeno fornire un contributo affinché lo status quo venga rimesso in discussione. E visto l'andazzo delle cose, non c'è più status quo che tenga.

Lo so. Qualcuno ritiene questo discorso affascinante. Secondo l'idea corrente, le cose non cambiano ma, se accade, occorrono soldi.

In realtà i soldi spesso servono solo a puntellare idee che hanno esaurito il loro lavoro di innovazione.

Quelle nuove, originali, possiedono nient'altro che una sana presunzione: di poter realizzare qualcosa di buono. I soldi verranno poi, forse; nel frattempo si sarà tracciata una nuova strada chiamata (un po' pomposamente), progresso.
E voi potrete farne parte: basta che lo vogliate.

domenica 12 aprile 2009

giovedì 9 aprile 2009

Come ci siamo ridotti

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Ormai non si parla (quasi), che di quello che ha combinato il TG1. Nel caso foste rientrati dalle foreste del Borneo: durante una delle edizioni serali del più importante telegiornale italiano, la giornalista si è lanciata a sciorinare le cifre (record, si capisce), degli ascolti. A proposito di cosa, mi pare evidente.

Tranquilli, ve le risparmio. Nel caso vogliate infliggervi una punizione, su YouTube esiste il filmato capace di farvi desiderare di tornare nel Borneo.
Ma perché stupirsi?

Da anni l'informazione ha abdicato al suo ruolo, per abbracciare quello ben più remunerativo, dell'intrattenimento. Alla fine è inevitabile: anche un terremoto si riduce ad una questione di share, percentuali di ascolto. Da anni si bada solo a quello, e non solo nei giornali, o telegiornali: possiamo affermare che la nostra esistenza è questione di gradimento, share, e via discorrendo.

Si è così drogati da queste cifre, che la redazione del più importante telegiornale del Paese, redige un comunicato pieno zeppo di entusiasmanti cifre.
Il lavaggio del cervello è talmente perfetto che una giornalista, dopo il diluvio di dolore che sale dall'Abruzzo, trova naturale leggerlo con la medesima professionalità usata un minuto prima nel divulgare le notizie dall'Aquila.

Ma sarebbe un errore scagliarsi: forse è il caso di arrestare il passo, e riflettere.
Cosa ci è accaduto? Per quale motivo troviamo indispensabile ricorrere (o rincorrere?), a cifre e a numeri per sostenere il nostro lavoro? In certi ambiti è naturale: ma perché qualcosa di fisiologico è diventato invece patologia?

Difficile trovare una risposta che non sia demagogica. Ma ci provo lo stesso, e oso.

Se lavorare, informare, creare, smettono di essere le leve del cambiamento, e diventano amministrazione dello status quo, il passo successivo sarà mettere sotto la lente di ingrandimento delle cifre e delle percentuali il nostro lavoro. Per ottimizzarlo. Per convincere l'investitore che siamo proprio bravi.

Quando si perde di vista il ruolo che abbiamo, e la responsabilità che ne consegue, gli unici metri di giudizio sono share, e il consenso dell'inclito pubblico. Poco importa di quello che accade: lo sbarco a Milano degli U2, o un terremoto. Importa invece mostrare quanto siamo stati capaci, e pronti a coprire la notizia.

Magari arriveranno le scuse. Magari.

Alcuni motivi per non accontentarsi

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Non affrontate mai il bianco della pagina pensando di cavarvela a buon mercato: gettando giù parole tanto per fare rumore.
Non cercate alibi a buon mercato del tipo: "Così fan tutti". Vi piace così tanto essere etichettati come "tutti"? Se è così avete un problema grosso, e probabilmente non ci capiremo.

Se essere come tutti vi scatena una leggera forma di orticaria, siete fortunati. Vi propongo di leggere alcuni semplici idee che possono essere di aiuto se scegliete di non accontentarvi. Ovviamente non si tratta di verità: solo spunti per riflessioni che ciascuno può in seguito sviluppare come meglio crede.


- La parola cambia la vita

Meno ovvio di quanto possa apparire. Credo che l'errore più grave commesso da tanta scuola, sia non riuscire a comunicare una semplice verità. Chi conosce la parola, ha in mano le redini della propria vita. Altrimenti, quelle redini sono in mano ad altri: e allora accettate i miei auguri. Ne avete davvero bisogno.

- Realizzate qualcosa di importante

L'unica ragione per cui qualcuno un giorno inizia a giocare con le parole è che voglia combinare qualcosa: vale a dire produrre un significativo passo in avanti, rendere le cose migliori. Quindi la domanda che dovete farvi non è: "Come faccio a diventare ricco?"; bensì: "Come posso rendere reale qualcosa di straordinario?".

- Mirate alla vetta
Si dice che bisogna restare coi piedi per terra. Accontentarsi. Di solito questo modo di parlare è tipico delle persone o prive di ambizione, o che ne hanno avuta molta, e hanno realizzato grandi cose.

Mirare alla vetta, a ottenere 100, non è affatto così folle come può apparire a prima vista. E' giusto darsi grandi obiettivi. Prima di tutto, perché offre una spinta maggiore. Poi, perché anche se non ottenete il massimo (occorre tanta fortuna, non scordiamocelo), sarete comunque una spanna sopra la media. E sarà già un risultato mica da ridere.

Infine, se fallirete, potrete sempre dire che non siete caduti perché, maldestramente, cercavate di arraffare il solito malloppo. Ma volevate rendere migliori le cose; e questo contiene comunque la carica giusta per ricominciare, prima o poi.

mercoledì 8 aprile 2009

Le fette patrimonio dell'Unesco

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In pieno centro storico a Savona, in vico Crema (già vico dei Giudei, come recita ancora oggi la targa, a indicare un ghetto di cui resta solo questo ricordo), resiste questo negozio.
Grazie a Slowfood, il destino delle fette savonesi è più luminoso.

Hotel Rwanda

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Quindici anni fa di questi tempi, iniziava un genocidio. Circa 800.000 morti, ma probabilmente molti di più.

In Ruanda.

La stampa scova i colpevoli

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Almeno negli Stati Uniti, dove grazie ad un'acuta opera investigativa si è infine individuato il colpevole. Di cosa?

Delle perdite colossali accumulate dalla carta stampata negli U.S.A.

Ovviamente i rei sono Google e i blog, che rubano contenuti, eccetera eccetera.

Davvero credevate di non leggere più di queste cose? Illusi.
Come certa stampa: invece di tornare a fare il suo mestiere, preferisce indossare l'elmetto e provare ad andare alla guerra.

Peccato che non ci si renda più conto che il nemico (se vogliamo chiamarlo così), non è fuori dalle redazioni. E' al suo interno, seduto saldamente a dirigere. E' quel modo di lavorare superficiale, ossequioso, se non timido, che ha messo sotto chiave, ritenendola poco utile, l'informazione, a tutto vantaggio dell'intrattenimento.

Molti lettori apprezzano questa scelta; il Web è pieno di ricerche che mostrano come il successo arrida a quelle testate che hanno virato su contenuti leggeri. Ma attenzione: è una scelta.

Se alla lunga questa genera una crisi, forse (forse), è bene non continuare a tutti i costi su questa strada "ristrutturando". Vale a dire licenziando.

Magari è tempo di tornare sui propri passi. Fare un mea culpa. Ricominciare: ristrutturando certo, perché a volte può essere inevitabile.
Assumendosi soprattutto le responsabilità degli errori, non cercando col binocolo il nemico, là fuori, da qualche parte. Come invece puntualmente accade.

martedì 7 aprile 2009

Per l'Abruzzo

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Segnalo il post di Marco Dal Pozzo che fornisce dettagli utili per dare una mano alle popolazioni dell'Abruzzo.
Lì, troverete link ad altre iniziative.
Fate girare.

lunedì 6 aprile 2009

Le priorità del Paese

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Case antisismiche nelle zone sismiche. Due su tutte: Reggio Calabria e Messina. Il resto, può attendere.
E in quel "resto" c'è proprio il ponte sullo stretto...

domenica 5 aprile 2009

Il progetto Optics

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E' il motore di ricerca dei servizi su emarginazione, povertà, disagio a Savona, e provincia. Promosso da Caritas, Acli, Arci, Cesavo e Anteas, il progetto prova a:

1. Mettere in rete le realtà di volontariato del terzo settore che agiscono con soggetti appartenenti alla bassa e media soglia di povertà;

2. Acquisire un linguaggio comune nello studio e nella rilevazione delle povertà e delle risorse presenti sul territorio;

3. Rilevare le carte dei servizi e delle realtà del terzo settore presenti sul territorio del savonese e conseguente pubblicazione;

4. Creare un osservatorio permanente delle povertà e delle risorse tra le realtà di volontariato
Individuazione di povertà emergenti sul territorio e conseguente sviluppo e approfondimento della tematica emersa;

5. Conoscere le povertà e le risorse presenti sul territorio per migliorare la qualità delle risposte alle povertà emergenti.

sabato 4 aprile 2009

La ricerca di Facebook

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Che cosa cerca Facebook? Nuove forme di finanziamento.

Dubito (non sono il solo), che questa funzioni.

venerdì 3 aprile 2009

Orchestra Sinfonica di Savona

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Otto serate per scoprire il valore dell'Orchestra sinfonica della città.
Si inizia stasera alle ore 21.00 nella Cattedrale Basilica N.S. Assunta con musiche di Rossini.

Attenti alla scrittura

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Magari scrivete bene, e già questo, alza di non poco il livello del blog rispetto alla media.
I lettori ci sono: è sufficiente?

Se non avete niente di meglio da fare, vorrei provare a riflettere su un aspetto che non mi pare essere granché dibattuto. Attenzione: non vi illustrerò come diventare ricchissimi gestendo un blog. Non è qui che troverete questo genere di informazioni. Chiarito questo punto, direi di procedere.

Con una semplice, e a prima vista folle affermazione: non c'è niente di più pericoloso dello scrivere. Ci si innamora del proprio modo di farlo, dell'approccio con cui si affrontano argomenti, e problemi.

Alla fine lo stile, quello che ciascuno deve costruirsi col tempo e l'impegno, diventa parte della nostra personalità. Meglio ancora: la esprime perfettamente.
Anche se non diventeremo mai il riverito blogger (o scrittore) osannato dai media, i più attenti tra i lettori sapranno dire a colpo sicuro quali sono le peculiarità della nostra scrittura.
E' una buona cosa, certo.

Può trasformarsi in una specie di raffinata prigione? Vediamo di trovare una risposta sensata.
Quando si raggiunge una certa maturità, perché la frequentazione con le parole è cordiale, si ha occhi solo per se stessi.
Credo sia inevitabile: ci si rende conto di avere finalmente trovato la propria voce. E non si desidera neppure immaginare che essa per sopravvivere, crescere, abbia bisogno degli altri.

Non è cattiveria: è orgoglio per aver rotto i rapporti con la massa, sfuggendo al suo abbraccio rassicurante, e omologante. Quando si è fuori da qualcosa che ci opprime, si pensa di essere arrivati.
Si scrive, e si ottiene consenso perché il nostro atto è creativo: non copiativo. Non è più necessario ricorrere ai soliti temi per aggiornare ogni giorno il blog. Si crea da sé il tema, l'argomento, e lo si sviluppa. Oppure, si sceglie una prospettiva differente, controcorrente.

La trappola inizia a manifestarsi quando si smette di cercare ancora.
Oppure, si cerca nei soliti settori: quelli che sentiamo più vicini a noi. Inevitabile forse.
Tuttavia se si osserva il lavoro degli scrittori, ci si rende conto come costoro abbiano volentieri messo in discussione la propria voce. Per essi, raccontare non è mai scontato: ma spesso una sfida. Un ridisegnare il proprio ruolo, la propria responsabilità non per agguantare un successo più ampio. Piuttosto per rendere la voce più forte, e autorevole.

Scrivere è evoluzione. E questa è sana se chi decide di giocare con le parole, accetta di misurarsi con i lettori: non di inseguirli. Per rendere conto che tutto si muove verso un livello superiore. Migliora, esatto.

giovedì 2 aprile 2009

Scegliere la nicchia

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Come ormai sanno anche i sassi, aprire un blog non significa un bel niente: è indispensabile scegliere la nicchia.

State rabbrividendo, vero? Non per il freddo.
Sono quasi certo che siete sul punto di obiettare con un: "Ehi, perché mi devo condannare a un piccolo numero? Perché mi devo precludere i grandi numeri?".

Calma.
La risposta a questa domanda è di una semplicità disarmante: perché si fa (quasi), sempre così.
Tutti applaudono e si complimentano con l'atleta che taglia per primo il traguardo.
Non sanno che la sua avventura, il percorso che lo ha condotto alla vittoria, è nato in una piccola palestra, alla periferia di una cittadina sconosciuta, o su una pista di atletica trascurata e fuori norma.

Questo discorso della nicchia, lo vedo come una ricerca appassionante, e appassionata, del proprio ruolo all'interno di questo grande ecosistema chiamato Web. Qualcosa che ci calzi a pennello, in cui riconoscerci, che non stravolga affatto la nostra natura (per conseguire cosa, poi?), ma le permetta di evolversi.
Di migliorare.
Di scommettere su noi stessi, e avere la conferma che è possibile smuovere le acque.

Questo post ho avuto l'idea di intitolarlo "Scegliere la nicchia": come?
Che io sappia, esiste solo un modo per non commettere alcun errore. Dovete porre a voi stessi la seguente domanda, e provare a rispondere usando il metro della franchezza. Nient'altro.

Lo fareste gratis?

Non indico affatto "cosa", quello spetta a voi, non a me.
Ho anche evitato di scrivere se lo fareste per soldi. Ci si creda o no (ma fareste bene a crederci), i grandi successi nascono dalle passioni, e da tanta tenacia. E impegno.
I soldi? Dopo, forse.

Avete la possibilità di scrivere di quello che volete: per quale ragione accontentarsi di qualcosa di meno?
Perché scegliere quello che va per la maggiore, e scartare quello che vi piace? O inseguire il facile successo che non rende migliori le cose, invece di immaginare e costruire qualcosa di differente?

A voi la risposta: e che sia quella buona. Anzi no, la migliore.

mercoledì 1 aprile 2009

Come si vive la pirateria

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Una scommessa.

Via il Disinformatico.

Quanto deve essere lungo un post?

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Una delle discussioni meno interessanti che hanno avuto come oggetto i blog, è stata quella relativa alla loro lunghezza.
Quanto deve essere lungo un post? E' vero che più è esteso, e minore è la sua efficacia?

Non è una di quelle questioni capaci di togliermi il sonno, lo confesso. E questo è uno dei miei limiti più grandi. Tuttavia provo a condividere con chi passa da queste parti qualche considerazione: come sempre lapalissiana.


1. Al centro la qualità.


Non meniamo il can per l'aia: prima di tutto perché l'animale in oggetto non merita un simile trattamento.
Poi perché (e qui veniamo al cuore della faccenda), il metro di giudizio da applicare alla scrittura deve essere la qualità. Tutto il resto (lo riscrivo: tutto il resto), è solo, appunto, menare il can per l'aia.
Se la vostra scrittura fa piangere, anche se la riducete a 4-righe-4 non eliminerete il problema. Vale a dire la scarsa qualità dei vostri scritti. Quindi, prendete dei provvedimenti radicali: studiate.


2. La forza dello stile.


Scrivere (lo so, non è una novità strabiliante), è scovare il vostro stile. Non indossare quello scovato in giro, e che secondo altri, funziona.
Se non impiegate il vostro tempo a creare uno stile personale, siete nei guai. Non è che vi capiterà qualcosa di brutto: semplicemente non vi capiterà mai nulla.

Con uno stile personale, vi renderete conto di attirare sul vostro blog persone che lo apprezzeranno. A quel punto, potrete scrivere 3 righe, 30 o 220: ed essi vi seguiranno comunque.
Sarà inutile a quel punto passare le notti in bianco perché non piacete a tutti. Avrete il vostro stile, e il vostro pubblico: bravi.
E comunque, ci sono un mucchio di strumenti a portata di mano per farvi conoscere in giro. Siete sul Web, mica a Savona nel '500...


3. Dipende.


Ci sono bloggers che hanno visto la fortuna andare loro incontro, grazie al fatto che i post redatti erano brevi, concisi.
Altri, pur pubblicando post lunghi, hanno egualmente potuto contare su ottimi consensi.
Starete pensando: "Chi ci capisce qualcosa, è bravo".

No.

Prima, la qualità.

Poi, la capacità di individuare il nocciolo dell'argomento, e riuscire a svilupparlo (in 3 come in 130 righe), senza mai perderlo di vista. Senza scivolare nella chiacchiera, e conservando intatta efficacia e interesse.
Non crediate che in 3 righe sia più semplice, o che 130 rappresentino un buon sistema per riuscire. In entrambi i casi la scrittura funziona perché la si conosce: non perché la si riduce, o la si diluisce.


4. Banali trucchi.


Ricordate di applicare qualche semplice trucco.
Un argomento complesso è bene spezzarlo in più post. Avendo l'accortezza di indicare al lettore (il vostro signore e padrone), che procederete proprio così. Ed egli forse sarà indotto a tornare.

Secondo trucco. Spezzate il post in paragrafi, e rendeteli facilmente identificabili con titoli appropriati. Un titolo, un blocco di testo, sviluppo dell'idea, un altro titolo, un altro blocco di testo. E via.