venerdì 27 febbraio 2009

giovedì 26 febbraio 2009

Le parole pretendono passione

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Persino pubblicare un blog significa porsi almeno due domande; sempre che per voi scrivere sia un affare serio, certo.
Le domande secondo me sono:

A) Chi è il mio lettore e;

B) Come agire per renderlo fedele ai miei contenuti?

Ecco alcune idee.

Trovate i vostri lettori.
Che ovvietà vero? Ora proverò a dimostrarvi che non è proprio così. Chissà che non ci riesca davvero!

Per iniziare ad avere un qualche riscontro, dovete per forza comprendere come funziona il Web. In soldoni: esistono un oceano di contenuti, e moltissima gente che naviga. Ecco l'errore che dovete evitare: il fatto che ve ne sia "moltissima" fa credere a tanti che sia relativamente facile conquistare una fetta di pubblico.
Sbagliatissimo
E' come affermare: apro un ristorante a Roma, la città ha meno di tre milioni di abitanti, tutti costoro devono mangiare almeno due volte al giorno, a me non resta che aprire i battenti e lasciare che entrino.
Idem per Internet, vero?

Questo si chiama "illusione". Si osserva il mercato, i suoi numeri (ingannevoli), ci si costruisce una certa idea quando invece occorre prendere atto che trovare lettori (cioè il mercato), significa partire da qualcosa di ben più realistico.

Per esempio: apro un ristorante che cucina e propone solo prodotti ecologici dell'agro laziale.
Quindi si procede con una scrematura drastica dei milioni di romani che mangiano. Non solo perché molti di essi rientrano a casa per pranzare e/o cenare; ma altri mangiano un panino in piedi da qualche parte; altri ancora preferiscono il fast food. Ci sono quelli che sono a dieta e nemmeno mangiano.

Ma la qualità ha dei costi, e in più esiste una cosa chiamata recessione. A questo punto il panorama su cui si affaccia il mio ristorante non è più popolato da milioni di romani affamati, che farebbero la coda per entrare nel ristorante; ma solo da un centinaio di essi che in un anno devo convincere a entrare nel mio locale, e a spendere perché ne vale davvero la spesa. Altrimenti, si chiude.

Probabilmente l'esempio è stupido, ma serve a capire alla svelta questo: non si diventa grandi (cioè importanti) perché si punta ad un mercato con milioni e milioni di potenziali clienti. In realtà occorre procedere in modo ben diverso: si prende di mira qualcosa di più specifico (la celeberrima "nicchia", esatto), e si inizia a fare duramente i conti con essa.
Ci si creda o no, non è la mancanza di ambizione che porta al fallimento; bensì l'ambizione basata su aspettative eccessive e disancorate dalla realtà.

Semplicità.
Ogni volta che scrivete, lo fate per comunicare: un punto di vista, un'idea, un'opinione. Quindi lasciate perdere discorsi ampollosi, termini ricercati, espressioni colte. Non importa a nessuno di conoscere il vostro grado di cultura; sul Web dovete mostrare un alto grado di umiltà. Oppure lasciate perdere e datevi all'ippica.

Non dovete scrivere come una grammatica per avere lettori; certo, chi scrive grammatiche ha il vantaggio di possedere un pubblico (gli studenti), "costretto" a piegare la testa sulle sue pagine.
Voi viceversa, non potete costringere nessuno, mentre tutti possono scegliere di snobbarvi: con un clic del mouse.

Usate un linguaggio popolare: corretto, comprensibile e conciso. Forse siete sorpresi dall'incontrare tali qualità accanto al termine "popolare"? Fate male: popolare vuol dire avere la capacità di esprimere in maniera comprensibile quello che più si ha a cuore. E proprio perché per noi è importante, diventa strategico riuscire a comunicarlo a più persone possibili. Se non ci si pone il problema allora non solo gli altri per noi non esistono: ma non abbiamo neppure una passione vera.
E le parole pretendono passione.

mercoledì 25 febbraio 2009

Un blog per non accontentarsi

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Per chi non lo sapesse, credo che la scrittura sia una formidabile arma. Ma per dispiegarne davvero tutta la forza credo sia necessario eliminare l'idea che circola, e che ha il difetto di fare da zavorra.

Da quando la scrittura è diventata davvero un affare di tutti, alla portata di chiunque possieda una connessione Internet, molti immaginano che produrre qualcosa di interessante e di significativo sia divenuto improvvisamente semplice.

Per una volta, non immaginatevi in cima al mondo, e una folla adorante ai vostri piedi. Provate piuttosto a pensare agli altri e a come renderli protagonisti della vostra opera.

Mica facile. Ma come?

Osservate con attenzione quello che il mercato offre: lo so quello che state pensando. Non è elegante parlare di "mercato" e "scrittura", perché questa è nobile eccetera eccetera.
Liberi di pensarla come volete, sul serio. Però se mettete da parte sogni di gloria e chiacchiere, e iniziate ad affrontare la scrittura proprio come se fosse un prodotto da vendere (vi vengono i brividi, vero?), allora: benvenuti nel mondo reale. Perché è così che va il mondo ma (ecco la buona notizia), voi potete renderlo migliore.

E' una questione di strategia, o se questo termine non vi piace, allora diciamo: di passi da compiere. Il primo lo abbiamo appena visto: osservare il mercato.

Poi, puntare non "a fare un po' meglio", della media: ma decisamente "in alto". I tempi sono adatti, sul serio. Tutti dicono: "Lascia perdere, accontentati". Chi ragiona in questo modo (forse in maniera inconsapevole), cerca di conservare lo status quo.
Ve lo potete permettere?

Ora che siete arrivati a leggere questo punto del post, potrebbe darsi che stiate pensando: "Esageri. Tutto questo che scrivi non può applicarsi alle parole". Il fatto è che le parole sono il grimaldello perfetto per scardinare mode e omologazione, e tornare a mettere le mani su quello che vi appartiene di diritto. Chiamatela "vita", o desiderio di rendere il mondo un posto migliore.

Qualunque sia l'oggetto del vostro lavoro, è con le parole che avrete sempre a che fare. Imparate a usarle bene: o altri useranno la vostra ignoranza a loro vantaggio.

martedì 24 febbraio 2009

Il vero rischio

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Non è questo il rischio che si corre frequentando i social network.
Più semplicemente: fanno emergere la vera natura della persona.

Purtroppo, o per fortuna: a seconda dei casi.

Qualcosa di differente please

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Se gettate un occhio sui tanti blog che ci sono in giro, e che propongono successo, fama e denaro, vi troverete spesso gli stessi "ingredienti vincenti".
Affrontano questo nuovo mezzo con in testa idee antiquate; e se prima del grande crac tutti si affollavano attorno dicendo: "Sì certo, proprio così", ora in tanti iniziano a porsi un mucchio di domande sul loro senso.
Il bello è che alcune di queste domande sono giuste e pertinenti.

L'unica questione che il singolo dovrebbe formulare a se stesso è di una semplicità disarmante: "Sono capace di costruire qualcosa di differente?".

In tanti si chiederanno cosa diavolo ha a che fare una tale questione col blog.
Se accettiamo l'idea che il blog esprima meglio di altri strumenti il valore del singolo, allora inizia a scorgersi un senso in quanto scrivo.
I grandi guasti che stanno squassando l'economia, avvengono quando l'individuo smette di credere a se stesso, e si immagina in balia di altri, più forti e pertanto migliori di lui.
L'aspetto negativo di questo modo di pensare è che si lascia il campo libero a persone mediocri, prive di scrupoli, che senza più alcun controllo, come invasati, procedono a tutto vapore verso il disastro. Poi questo si verifica, e presenta il conto a tutti noi.

Adesso guardatevi in giro e osservate con attenzione quanto accade: lo so, roba da mettere i brividi addosso, vero? Allora rammentate questo: se c'è la moria del bestiame, questo vorrà dire che ci sarà più pascolo per il vostro, purché sano.

Ora è tempo di osare, di immaginare percorsi inediti. C'è spazio e attenzione per idee sane, esatto.
In concreto cosa vuol dire però costruire qualcosa di differente?
Probabilmente questo:

1) Ricordare al singolo il suo valore;

2) Credere che il proprio ruolo non è solo fare lo spettatore;

3) Rendere migliori le cose.

Sì certo, suona retorico. Anche "Comprate un'auto nuova ogni due anni" oltre che retorico, suonava ridicolo perché sposava l'idea di un'economia sempre in espansione, perché poteva contare su risorse illimitate.
Adesso che un po' tutti si sono svegliati dal sogno, forse è il caso di ripensare in maniera diversa a cosa ci muove, ci ispira, ci spinge ad agire in un modo, piuttosto che un altro.

Se fallirete, lo farete cercando di inseguire non una percentuale, ma qualcosa di nobile, di cui essere fieri per molto tempo.
Dite che è troppo poco?

lunedì 23 febbraio 2009

La moratoria

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Propongo la mia di moratoria: un anno senza più questo genere di argomenti.
Se vogliamo chiamarli così ...

Cosa fare con un blog

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Ho cercato di guardare al blog come ad un utile strumento per permettere a chiunque di emergere, distaccarsi e dire addio alla massa.
Se a costo zero posso avere qualcosa di mio, personale e unico, è da folle (secondo me), inseguire i soliti discorsi, le chiacchiere senza fine che invece tanti (troppi?) blog contribuiscono ad alimentare.
Per quello che può valere immagino che un blog possa avere questo genere di scopi.

Agire per il meglio.
In soldoni significa non accontentarsi di saper mettere in riga qualche parola o frase ad effetto; ma lavorare per migliorare, crescere e capire come i contenuti vengono utilizzati, letti e interpretati nell'epoca del Web. L'azione implica umiltà: perché si sa che quanto si è, o quanto si possiede, non basta, ma occorre sottoporlo ad un processo di verifica e di miglioramento se non continuo, almeno sincero.

Qualcosa di nuovo.
In genere si crede che un blog sia troppo piccolo, e stupido, per produrre qualcosa capace di smuovere le acque. Dipende tuttavia da cosa avete in mente: se per esempio il vostro sogno è diventare ricchi (ancora?), allora siete fuori strada.

"Nuovo" significa cercare di realizzare qualcosa in grado di rendere il mondo migliore; e in questo senso persino un blog può essere uno strumento utile. Perché esso aiuta chi lo apre a capire se egli è parte di una massa fracassona e uguale, oppure se ha lasciato alle spalle omologazione e superficialità per impegno e confronto. Non deve apparire un argomento inutile o sciocco.

Il nuovo, lo straordinario, sgorgano da singoli individui che ricordano a se stessi (e a chi li ascolta), come ciascuno abbia valore e talenti da far fruttare, prima che sia troppo tardi. Giocare con le parole (con un blog), permette di vedere il percorso sin qui avuto; e immaginarne uno differente.

Un obiettivo credibile.
Rendere il mondo migliore va bene; poi passate alla fase successiva. Date all'idea un perimetro, poi delle basi e iniziate a lavorarci.
Non bastano di certo le affermazioni ad effetto per produrre qualcosa di tangibile, e se non volete essere additati come parolai, provate a immaginare uno scopo concreto, e raggiungibile.
Guardatevi attorno, e poi dentro di voi.

Attorno: perché cambiare il mondo a volte significa iniziare dalla propria piccola comunità in mezzo ai monti, e aiutare le persone che ci vivono a produrre un prodotto, o un servizio, di cui c'è bisogno. O forse, a rendere quel servizio più appetibile, cioè conosciuto e apprezzato.

Dentro di voi: avete dei pregi, delle qualità, perché non metterle a disposizione degli altri? Se non ne avete, o vi sembrano poca cosa, muovetevi e rendetele migliori. L'essenziale è comprendere (alla svelta), che c'è bisogno di persone, non di inclito pubblico. Di individui, non di claque. Di talento, non di bla bla. E da qualche parte dentro di voi, c'è sufficiente materiale per rendervi protagonisti.

venerdì 20 febbraio 2009

Non qualunque cosa, ma la cosa giusta

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Da tempo sembra che la moda sia divenuta "fare qualcosa": non di qualità, ma proprio "qualunque cosa". Cioè muoversi, dare agli altri l'impressione che ci diamo da fare. Mostrarsi attivi, pronti, sulla notizia.

In realtà se volete emergere sul serio, dovete semplicemente (si fa per dire), fare la cosa giusta. Ha a che vedere con l'impegno, la competenza, la trasparenza. Tre qualità che è bene avere in ogni consesso capiti di essere; sia che gestiate un blog, o abbiate un lavoro, emergere non vuol dire affatto sgomitare a tutti i costi.

Fare la cosa giusta sembra facile, vero? In realtà non lo è affatto. Di che cosa si parla quando si affronta un argomento tanto vasto, quanto il "fare la cosa giusta"?
Buona domanda.

La risposta è evitare come la peste le scorciatoie, abbandonarsi al "così fanno tutti". Lo sgomitare appunto.
Abbiate il coraggio di intraprendere la via più difficile; e concentratevi su di essa.
La massa ama le cose facili, pronte, masticate e rimasticate da altri. Ma voi, vi meritate davvero tutto questo? Niente sapori, niente colori, nessun divertimento o passione.

Cosa è importante per voi? Se non sapete rispondere, allora il problema non è la società, la scuola, il vicino: ma voi. Che non riuscite nemmeno ad alzarvi in piedi e ad immaginare un cammino differente.

Se invece conoscete la risposta, perché c'è qualcosa che vi piace, vi appassiona: provateci. Non andate allo sbaraglio, ma considerate la vostra passione come una possibile via d'uscita dalla massa. Dall'omologazione.

Fate attenzione: non è sufficiente volere, o amare. Queste sono solo parole, aria. E l'aria se non la indirizzate, se non la incanalate in qualcosa capace di sfruttarla per poi spiccare il volo, e lasciarvi alle spalle mode e mediocrità, è e resta solo aria.

In un simile scenario persino aprire un blog può essere una buona idea. Esponetevi, assumetevi dei rischi e osate: fatelo sul serio però. Sperimentate, e tenete sempre a debita distanza chiacchiere e omologazione. Fanno volume ma non interessano, e usare il blog solo per conseguire il primo scopo (il volume), è uno spreco: per voi.

Rammentate sempre che se una cosa non richiede impegno, fatica, ascolto, allora siete sulla strada sbagliata.

giovedì 19 febbraio 2009

Per una volta concordo

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Nella classifica del Time c'è il blog di Seth Godin.
Piazzamento meritato.

Costruite la reputazione non il successo

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Forse qualche lettore potrebbe strabuzzare gli occhi leggendo già il titolo di questo post. Ma credo che quanto accade, è accaduto e accadrà nei prossimi mesi sia proprio destinato a dimostrare una semplice verità.

Il successo per come è stato conseguito, per quello che è riuscito a produrre, è ormai diventato qualcosa di decisamente fuori moda. Poi è evidente che continuerà a essere cercato, preteso e voluto da tanti.
Ma credo anche che questo sia il momento ideale per iniziare a riflettere su qualcosa di diverso: è il tempo, questi tempi che lo richiedono.
C'è bisogno di parole nuove, concetti freschi.

E così iniziamo col dire che un blog parla, si rivolge a persone, crea e mantiene vive relazioni, genera nuovi rapporti ora di lavoro, ora di amicizia. E', usando un'immagine probabilmente retorica, un piccolo cuore il cui scopo dovrebbe mettere in circolazione idee e cose a favore degli altri.
A favore ho scritto, non contro.

Anche se aggiornate solo un blog con una manciata di lettori, badate a produrre sempre qualcosa di eccellente, di valore. Imparate ad non accontentarvi: il blog è roba vostra, siete voi i suoi padroni, non dovete obbedire a nessuno, non dovete piegarvi agli standard e alle pretese altrui.

Per prima cosa, datevi obiettivi alti, meglio ancora se altissimi: e per nessuna ragione al mondo indietreggiate di un solo millimetro.

Non siete soli.
Fate parte di un organismo la cui salute (tra l'altro mi pare ampiamente dimostrato dai fatti di questi ultimi mesi), dipende anche da voi. Proprio per questa ragione è indispensabile imporsi qualità e ancora qualità.
Anche se si scrive un blog? Certo. Dovete imparare ad avere occhi e sguardo solo per essa, e a dare occhiate frettolose a quanto la moda, la massa segue e persegue.

Il giudizio migliore non è quello dei numeri, vale a dire delle visite che riuscite con mille e mille trucchi a racimolare. E' quello che nasce dal valore che trasmettete a dei perfetti sconosciuti (i lettori), e che in seguito, proprio grazie ad essi, si sparge in giro, moltiplicandosi, amplificando e soprattutto convincendo altri a immaginare qualcosa di diverso.

La grande lezione che scaturisce dal disastro che stiamo vivendo, è di una semplicità disarmante, e per alcuni irritante.
Vale a dire: le persone perbene, etiche, tornano di moda.

Guardate ad esempio Muhammad Yunus.
Un uomo che ha deciso di andare controcorrente, anche se seguire l'andazzo sarebbe stato per lui più facile. Invece ha dato fiducia a chi non ha niente da offrire, tranne la voglia di migliorarsi, di lavorare. Ha dato le spalle alle persone perbene, piene di credenziali e amici di un mucchio di persone importanti, e ha scommesso su quelle che perbene non sono, perché non possono vantare conoscenze, denaro, e altro.
E non è il solo, perché iniziative simili hanno successo anche a casa nostra.

Tutto questo nasce e si sviluppa perché alcune persone escono dalla massa, scommettono su valori differenti, mettono al centro della loro azione parametri inediti, da tanti ritenuti perdenti. Eppure quasi di nascosto, come un fiume carsico, spingono le cose nella giusta direzione. I disastri poi, mettono in luce il loro esempio, impastato di passione, voglia di rendere il mondo migliore, competenza attenzione alla qualità.

E voi magari usate il blog per lamentarvi che sull'iPhone non c'è ancora il lettore Flash?

mercoledì 18 febbraio 2009

Quel pasticciaccio brutto chiamato Facebook

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Premessa: quando il giovane, simpatico, intelligente Ceo di Facebook inizia il discorso parlando di "Our philosophy" io (che filosofo non sono ovviamente), divento di cattivo umore.

Il motivo? La filosofia (se vogliamo usare ancora questo termine), nasce per unire.
Questa filosofia (di Facebook), per mascherare la voglia di fare affari; ma lo fa in maniera maldestra.
Qui nessuno afferma che il sito debba vivere d'aria, ci mancherebbe altro; può e deve fare i soldi, se ne è capace.
E qui forse l'asino non casca, ma inizia di certo a barcollare.

Facebook è stato sovrastimato da un mucchio di persone, compresa un'azienda che proprio sprovveduta non è (parliamo di Microsoft), ma che ha dato prova di leggerezza.
Forse col fiato dei finanziatori sul collo che iniziano a tamburellare le dita sulla scrivania (di mogano), ci si lascia andare a iniziative frettolose (diamogli questo nome), per poi tentare una giustificazione. E allora andiamo a vedere cosa non convince di questa benedetta giustificazione.

Sono due i punti cardini del post del Zuckerberg: il primo lo possiamo individuare quando afferma che la faccenda (parliamo dei diritti sui contenuti prodotti dall'utente), è complicata.

D'accordissimo.

Proprio perché è complicata non si comprende affatto (o forse lo si comprende benissimo), per quale motivo si debba procedere a colpi di iniziative unilaterali.
Non sono un esperto di diritto certo; ma anche al più sprovveduto degli utenti Web appare chiaro il vuoto di competenze, di leggi e regolamenti riguardanti questo tipo di argomenti e non solo.
Privacy e trattamento dei dati sono anch'essi della partita, e giova ricordarlo. In casi del genere come si sa, è il più forte a stabilire doveri e diritti. Quindi Facebook, e gli Stati Uniti con la loro legislazione. Tutti gli altri sottoscrivono, senza leggere.

Appare strano che Zuckerberg (non solo lui naturalmente), trovi il tempo di volare a Davos per parlare dei massimi sistemi (e concludere un bel nulla), e non abbia la sensibilità, l'attenzione per innescare almeno una riflessione, proprio in quel consesso internazionale così importante, su temi come questi.
Non stiamo parlando di cotica. E sono consapevole che la mia pretesa è assurda: ma la promuovo lo stesso perché è indiscutibile che se ne debba iniziare a parlare.

Secondo punto cardine del post del Zuckerberg. Fidatevi di noi, dice in sostanza.

Personalmente credo che il giovane sia simpatico, una brava persona, gioviale e gran compagnone. Ma la fiducia si costruisce su trasparenza e ascolto: e il sito non mi pare abbia usato queste due qualità. Quindi, di che cosa stiamo parlando?

Prima di tentare una risposta: i dati del sottoscritto sono in mano a Apple, Microsoft, Google, e altre realtà del Web. Ma probabilmente a differenza dei giulivi utenti di Facebook so a cosa vado incontro quando accetto un servizio. Non dico che leggo tutto il contratto, questo no. E comunque, il fatto che anche io sia nella stessa barca, non sposta di molto la questione.

Dicendo: "Fidatevi di noi" Facebook afferma che detta la legge; e abbiamo appena visto come questa sia volubile, cambi a secondo di umori, convenienze, circostanze, eccetera, eccetera.

Ribadisco: Facebook fa bene a desiderare di guadagnare. Ma all'interno di una cornice di diritti e doveri chiara, comprensibile, e condivisa. Qui (come a Davos), si condividono solo chiacchiere, e sorrisi.

E aggiungo: che credito può avere un'azienda che in un post redatto per spiegare un cambiamento non piccolo della gestione dei miei prodotti, invita semplicemente alla fiducia?

Aggiornamento. La marcia indietro (inevitabile), non credo modifichi di molto il succo del mio post.

martedì 17 febbraio 2009

In difesa dei lettori

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Memorabile articolo (in inglese), di A List Apart, con un incipit a mio parere semplice e potente.

Via Daring Fireball.

A proposito della morte del Web 2.0

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E sì: il termine Web 2.0 pare ufficialmente morto. La notizia fa il paio con un'altra: non c'è traccia, almeno per ora, di Web 3.0.

Le definizioni sono utili, interessanti, ma sono soprattutto dei formidabili scatti fotografici, flash che inchiodano fatti e fenomeni a quel momento, mentre poi essi ovviamente evolvono, e muoiono.

Così il termine Web 2.0, nato per segnare una sorta di spartiacque tra la bolla Internet (che infiniti lutti addusse, come diceva Omero), e la formidabile discesa in campo dell'utente che da spettatore si tramuta in mattatore, è stato usato a iosa. Finendo col perdere sapore, indicando tutto e niente, annoiando e irritando tutti.

Occorre rammentare che le definizioni sono dei confini, aperti su mondi nuovi.
Ciascuno è libero di comportarsi come meglio crede: cioè può superarli, e quindi andare a scoprire il nuovo (o il brutto), che vi si trova.
Oppure fare la guardia, vigilare, muoversi preoccupato avanti e indietro nell'attesa dell'arrivo dei barbari, che sconvolgeranno l'ordine costituito.

Ora che tutto è crollato (beh, quasi tutto), chi faceva la guardia chiede compiaciuto: "E allora, è tutto qui? Nient'altro che macerie?".

Forse costui farebbe bene a considerare con attenzione che nulla scompare davvero, tutto (o quasi tutto), cambia forma e si adatta. Soprattutto le cose umane hanno una straordinaria capacità di adattamento, e il confine non c'è più perché in fondo non è più necessario.

I "barbari" sono entrati e stanno lavorando con discreto successo tra di noi. Nonostante la recessione sono proprio loro che assieme ad altri, stanno gettando le basi per una rinascita che solo il nostro cinismo e la nostra cronica indifferenza ci impediscono di scorgere.

Ottimismo di maniera e quindi fuori luogo? Non credo.

Piuttosto la consapevolezza che i cambiamenti arrivano nelle forme e modi più inattesi. E che i barbari non erano al di là di quel confine, ma al suo interno; e a scomparire in realtà è stata (anche), l'idea che l'economia per crescere ha bisogno di un mercato che compra compra compra. All'infinito.

Non sono così sciocco da credere che d'ora in avanti tutto sarà diverso.
Sono tuttavia fiducioso del fatto che parecchie idee e valori di quella stramba cosa chiamata Web 2.0 sono ben vive, e stanno lavorando per rendere il mondo diverso da come alcuni lo hanno immaginato.

Mi riferisco a trasparenza, condivisione, ascolto. Anche qui si tratta in fondo di parole certo, noci vuote che occorre riempire di senso e significati concreti.
Perché c'è bisogno di lavoro, di decenza e rispetto, oltre a considerare con più attenzione i talenti di ciascuno, i suoi meriti. Anche prima se ne parlava, ricordate? Ma la testa e il cuore erano altrove, inseguivano ben altri obiettivi.

Ora il panorama è bruscamente cambiato. Macerie ovunque, ho scritto. E un mucchio di lavoro da fare.

P.S.: Comunque, l'Expo Web 2.0 si farà.

lunedì 16 febbraio 2009

John Fogerty

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Mi fa una certa impressione vedere John Fogerty dentro GarageBand di Apple che spiega e insegna come suonare la chitarra elettrica. E non riesco a decidermi se è di simpatia, perché i tempi cambiano, ed è giusto adattarsi...
O di malinconia.

Intanto risento "Fortunate Son", e "Travelin' Band": chissà che alla fine non riesca a trovare la risposta.

Twitter prova a crescere

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A margine della notizia (vecchia), riguardo Twitter e il suo tentativo di "portare a casa" la pagnotta.

Alcuni vedono in questo una china pericolosa per l'applicazione; e in genere questo accade sempre quando un servizio popolare cerca di "darsi un tono". Credo invece che sia sbagliato pensarla così e proverei a immaginare la cosa in modo diverso.
Ecco come.

Una volta il cinema era piazzare una cinepresa davanti ad una fabbrica e filmare l'uscita degli operai. Durò poco certo, ma il pubblico era affascinato, a pagava per vedere uno spettacolo del genere.

Qualcuno tra di loro, con molti soldi, osservò: "Interessante 'sta cosa: è possibile guadagnarci?" E mettendosi alla ricerca della risposta giusta, nacque l'industria del cinema che ci ha dato "Orizzonti di Gloria" e "Guerre Stellari", "Ritorno al Futuro" accanto a "Nightmare".

E' evidente e anche ovvio che un servizio prima o poi smetta i panni del bimbo e indossi quelli dell'adulto: o almeno ci provi, e lo faccia misurandosi col denaro. L'unico pericolo su cui si deve vigilare è che esso non sia la via maestra per creare nuovi monopoli, lacci e lacciuoli capaci solo di ridurre o impedire l'accesso ai nuovi talenti.
Il che accade diciamo otto volte su dieci?

Purtroppo le leggi non possono quasi mai impedire una simile deriva, a volte inevitabile; mentre sarebbe auspicabile che le persone imparassero a pretendere, domandare, verificare e criticare. Tutte cose che il Web mette alla portata di tutti, davvero di tutti.

Basterebbe smettere di giocare, e iniziare a guardare a Twitter, Facebook o YouTube per quello che sono in realtà.
Strumenti straordinari per chi è stufo della massa.
Per tutti gli altri, briciole e chiacchiere con cui continuare ad ammazzare il tempo.

domenica 15 febbraio 2009

Aspettando tempi migliori

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Il nuovo lavoro di Springsteen non toglie nulla al suo talento, ma probabilmente rappresenta un'occasione sprecata.

Certo, poi lui imbraccia la leggendaria Fender, sale sul palco e stende tutti; e questo lo rende ancora adesso tra i migliori.

Guardati attorno poi apri un blog

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Non c'è niente di più semplice: si sceglie la piattaforma di blogging, e si inizia a scrivere. Poi i post si susseguono, e ovviamente i primi riscontri, vale a dire i commenti, ammaliano e convincono che si sta facendo la cosa giusta.

Ma siamo sicuri che sia proprio la cosa giusta da fare?
Svelo un piccolo segreto. La Rete almeno nel mio caso mi spinge sempre più a guardarmi attorno, a dare del tu all'ambiente che mi circonda. Riprendo la conversazione con un territorio che si rivela sempre più carico di interesse, con un desiderio di parlare, di farsi conoscere, prepotente.

Ad Albissola Marina, a levante di Savona, c'è il Lungomare degli Artisti, di circa un chilometro, composto da venti pannelli in mosaico.
Ciascuno di essi è stato realizzato da persone del calibro di Sassu, Jorn, Fontana, Luzzati, Lam, e altri ancora. Questi nomi non vi dicono nulla? Vi ricordo che esiste Google...

Molte persone usano la facilità di accesso alla tecnologia per separarsi dal loro territorio. Lo percepiscono vuoto, nemico, vecchio ed inutile, eppure non lo conoscono. Non ne sanno affatto la storia.

Ignorano il perché e il percome di tradizioni, usanze e modi di fare. Anche le bellezze, certo, come una passeggiata, o la Cappella Sistina a Savona.

Il Web, il suo potenziale capace di aggregare, viene declassato ad una sorta di via di fuga da una realtà stretta e incomprensibile; ma spesso tutto questo è dovuto alla propria pigrizia.
E' come se scambiassimo le nostre città o cittadine, per quei centri abitati finlandesi (se qualche finlandese mi legge, ma ne dubito, non se ne abbia a male), dove effettivamente non c'è nulla.

Noi al contrario, abbiamo ovunque motivi di interesse e di studio; poi apriamo un blog e parliamo di banalità.

Apriamo un blog per mescolarci alla massa e perdere il nostro tratto distintivo, il nostro colore, la nostra storia. Dopo qualche mese, fine dei giochi. Non si sa più di cosa parlare.
In realtà non si è mai parlato di nulla; si è imitato, ci si è conformati all'andazzo, alla moda del momento.

Non dico si debba celebrare ed esaltare il folclore delle nostre parti; ma è indispensabile capire e conoscere da dove veniamo. Aprire gli occhi sulla realtà che ci circonda, che è la nostra.
Essa può essere carica di spunti, riflessioni, gioie e dolori che meritano di essere condivise e raccontate: perché tutto quello che accade tra gli uomini, è importante.

venerdì 13 febbraio 2009

Soluzioni geniali

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Problemi col copyright?
La soluzione: basta estenderlo sino a 95 anni.

Per quale motivo usare Twitter

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Sembra ci sia una felice "affinità elettiva" (un parolone, lo so), tra il post di Gigi su Twitter e quello di Robin Wauters di TechCrunch.

Credo che il punto su quale arrestare l'attenzione sia il seguente:

We see an ecosystem of developers swarming around the Twitter API like moths around a flame, and the quality of applications that come out of that ecosystem is limited only by their creators’ imagination (well not really, but you get the point).

Marginale?
Solo se si ragiona nel modo sbagliato, adottando approcci superati, come quelli che considerano il Web roba da smanettoni.
Ovvio che io posso infischiarmene di sviluppatori ed ecosistema: ma i primi rappresentano l'unità di misura migliore per giudicare della qualità e salute di una tecnologia, o servizio che dir si voglia.

Tornando alla domanda del post di Gigi: a volte la bonifica, avviene "naturalmente".
L'ecosistema evolve, si affina, diventa più potente e si mostra più flessibile. Senza un'adeguata preparazione (vale a dire studio, fantasia, ma soprattutto voglia di conoscere e approfondire, desiderio di rimettersi in discussione), ci si ritrova a definire giocattoli quelli che in realtà sono strumenti per migliorare informazione e trasparenza.
E un po' come l'uomo di Neanderthal, si rischia di finire nella discarica della Storia...

Come Paese, abbiamo ancora voglia di ricominciare da capo? Ai posteri l'ardua sentenza.

Fork in the Road

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Il nuovo lavoro di Neil Young.

giovedì 12 febbraio 2009

Facebook da grande

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Mi pare che i nodi stiano venendo al pettine.
Facebook cerca un modo concreto per passare alla cassa e iniziare davvero a incassare i quattrini. Che sia capace di "aggregare", di suscitare emuli, imitatori e fans è indubbio. Disgraziatamente (o per fortuna), il mercato apprezza queste qualità sino ad un certo punto. Poi vuole vedere i risultati: cioè soldi soldi soldi.

La recessione ha mostrato che al di là del successo indubbio è indispensabile "portare a casa la pagnotta". Che al momento non c'è, non soddisfa, e la su assenza inizia probabilmente a creare piccoli malumori.
Ora si studia un'alleanza.

Non credo che la soluzione sia integrarsi con Nokia o altri. Facebook è un'impresa cresciuta molto, male, e ancora alla ricerca della risposta all'eterna domanda: Cosa farò da grande? A tutt'oggi chi la guida non sembra in grado di rispondere...

domenica 8 febbraio 2009

Il disinteresse

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E' accaduto di nuovo.

Il fatto che vi siano nuovi mezzi, e nuovi attori a regolare lo scambio di informazioni, o anche di semplici prodotti (come appunto le applicazioni), dovrebbe indurre a riflettere sulle implicazioni che tutto questo comporta.
Per l'utente, e per l'azienda che fornisce il servizio, si capisce.

Al momento prevale il disinteresse. Peccato.

venerdì 6 febbraio 2009

Buonanotte Italia

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Avviso: come sa chi frequenta il mio blog, ogni tanto mi scappa un post demagogico. Questo è uno di quelli.

Tutto nasce da questo, che a sua volta rimanda a questo.

Non avevo voglia di scrivere qualcosa al riguardo, perché alla fine mi sembra di poter affermare che a separarci ci sia davvero qualcosa di enorme, e non facilmente valicabile.
Sto parlando di noi, che bene o male il Web lo conosciamo, ci lavoriamo, lo frequentiamo conoscendone rischi e opportunità; e chi ha la responsabilità di legiferare.

Tranquilli: non chiedo e non pretendo neppure più che il legislatore si impegni ad ascoltare chi ci capisce qualcosa, riuscendo così a confezionare qualcosa di sensato. Non sono così matto, perché so che a dividerci è l'approccio che abbiamo nei confronti del nuovo.

Parliamo di Web.

Il sogno di Tim Berners Lee e dei suoi collaboratori, è stato di scommettere sulla fondamentale bontà non della Rete, ma delle persone che l'avrebbero usata per condividere, crescere, conoscere e migliorare. Usando un'immagine retorica: la tecnologia fa un dono alle donne e agli uomini di questo pianeta, permettendo loro di avere in mano uno strumento che li rende uguali. Che offre al singolo l'opportunità di mettere in luce qualità e talenti che altrimenti, resterebbero inespressi.

Il che non vuol dire girare la testa dall'altra parte, quando storture e crimini vi trovano dimora. Tutt'altro: significa affrontare i problemi avendo come stella polare, capace quindi di indirizzare leggi e provvedimenti, il patrimonio di libertà e uguaglianza che la Rete offre.

Percepisco da questo, e altri provvedimenti anche del recente passato, ben altro.

E' come se si ritenesse inopportuno questo approccio, non adatto ai tempi.
Stretto tra recessione e idiozie varie, il Paese preferisce credere che la soluzione, la via d'uscita, sia racchiusa da qualche parte sotto l'etichetta ormai onnicomprensiva della "sicurezza". Quindi anche il Web diventa una frontiera da civilizzare e regolare.
Discutere di p2p, fruizione in Rete dei contenuti, copyright e via discorrendo, ma portando argomenti e non difesa di privilegi; soluzioni e non repressione; proposte e non riaffermazione di vecchi equilibri. Tutto questo non piace, non interessa, non è il momento.
Ripassate tra qualche anno.

Di certo il Paese offre una lezione facilmente comprensibile a chiunque: preferisce guardare ai "problemi" che alle sfide. Non ama qualcosa che potenzialmente cambia e modifica il panorama cui ci si è affezionati così tanto. Meglio evitare che certi criteri tipici del Web possano riversarsi pure nella vita reale, dove le cose devono continuare ad andare in un certo modo. Ovvio, e prevedibile.

martedì 3 febbraio 2009

Liberi di crederci

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E' evidente che andrà a finire così.

Poi quando tra un po' qualcuno griderà alla schedatura, gli si potrà sempre replicare: dove sei stato, caro?

Il problema come al solito non è quello che sta facendo Facebook (o Google): è che gli utenti sembrano tanti Giumbolo che cliccano, caricano e inviano informazioni personali senza mai farsi visitare dal dubbio...

lunedì 2 febbraio 2009

Dedicato ai blogger futuri

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Mi chiedo se il blog sia l'abito adatto a tutti, e la risposta è no. Ognuno deve badare a confezionare il proprio, a meno che non desideri andare in giro indossando qualcosa che non è stato tagliato su misura per lui.
Sarebbe un peccato agire così, e per questo provo a buttare giù qualche idea sparsa che forse qualcuno troverà utile, o almeno degna di una riflessione più personale. Se siete pronti, inizierei.

La scommessa

Non dovete pensare che il blog vi renderà particolarmente interessanti: dovete esserlo già. Oppure accontentatevi del momentaneo clamore che producete, ma che poi non sarete capaci di sostenere a lungo. Proprio perché lo scrivere (il blog è solo questo: scrivere), ha bisogno di carburante per condurvi lontano. Vale a dire: curiosità, voglia di condividere e imparare, desiderio di conversare.
Queste sono qualità capaci di rendervi interessanti. Infine una buona notizia: con un po' di buona volontà, e impegno, anche se non ne possedete nemmeno una potrete tranquillamente procurarvelo.
Occorre del tempo, però...

Il pericolo

Sì, scrivere può essere anche un pericolo. Il suo scopo deve essere quello di comunicare; ma in troppi pensano di riuscire nell'impresa solo perché pubblicano qualcosa.
Se non c'è alcun lettore, se manca il coinvolgimento, la conversazione, state facendo un monologo al muro. E' allora tempo di uscire dal sogno e avventurarsi nella realtà. E' un chiaro indizio che qualcosa va male.
Non è il media sbagliato, siete voi che non avete i requisiti per comunicare davvero.

Il prezzo

Produrre post di qualità richiede impegno e tempo. Il che significa che per forza prima o poi, dovrete fermarvi per cinque minuti e capire se quanto state combinando ha un qualche ritorno.
Non mi riferisco certo a quello economico (in questo caso nessuno gestirebbe più blog), ma ad altro.

Scrivere è comunque un lavoraccio che ad un certo punto bussa alla porta, e ci chiede se siamo disposti a fare di più, oppure no. Non crediate sia sempre possibile cavarsela con due righe, inseguendo l'andazzo (o la moda), generale.
Se volete continuare ad esistere dovrete rassegnarvi a produrre qualcosa di davvero vostro. Quindi, a dedicare al lavoraccio in questione più tempo.

La simpatia

Non crediate che lo stare sul Web non imponga anche una serie di qualità che possono fare la differenza.
La simpatia, intesa qui come la disponibilità ad ascoltare, a rispondere, a leggere critiche e commenti, e a replicare.
Soprattutto esiste la possibilità tutt'altro che remota, di non assistere all'esplosione dei consensi, al successo della propria creatura digitale. Alla lunga vi renderete conto di questo: avete sì individuato la celeberrima nicchia. Vi siete persino ritagliati al suo interno un certo prestigio; ma tutto questo non vi conduce da nessuna parte.
Un bel bagno di umiltà che può far impazzire il vostro ego; oppure indurlo a più miti consigli.
Nel primo caso lascerete perdere il blog, che per voi sarà più o meno come la corazzata di fantozziana memoria.

Nel secondo, continuerete ad aggiornare perché siete dei bei tipi: davvero simpatici, davvero consapevoli che sul Web non contano solo i numeri. E' il solo luogo dove si può restare senza badare al tornaconto, ai costi, ai benefici e ai profitti.
Alla fine, si aggiorna il blog perché è un piacere. E basta.